mercoledì 3 aprile 2013

Un Libro,Un Fotoracconto da non perdere,l'evoluzione musicale di un epoca....





C'era un tempo in cui, in Italia, la musica rock era poco più che un tam tam. Un'onda sotterranea e carbonara che vibrava dall'etere, un passaparola sui generis, un "si dice" che apriva spazi sterminati alla fantasia. Niente internet, niente blog che esploravano ai raggi x gli artisti, o facebook, che il musicista del cuore te lo mette lì, a tiro di mouse, ma un'agguerrita combriccola di dj imberbi che, non si sa bene come, dalle onde medie del Canale Nazionale Rai si era infilata fra le strettissime maglie di un'Italia semi-censurata e in bianco e nero per diffondere i colori sgargianti di universi musicali lontanissimi. Si era all'alba degli anni 70 e quel programma contenitore, ideato da Renzo Arbore nel lontano 1966 dal titolo "Per Voi Giovani", era passato nelle mani di audaci ventenni, abbastanza incoscienti da invadere i pomeriggi radiofonici degli italiani con pillole psichedeliche, pop obliqui, suite progressive (da leggersi rigorosamente in italiano, mi raccomando). Carlo Massarini era fra questi. E' proprio lui l'extraterrestre di finardiana memoria (dall'album "Blitz", 1977: quel testo Finardi lo scrisse pensando all'amico Carlo) a sintonizzare sulle frequenze di una nazione ancora ingenua e un po' bacchettona la tesa volubilità dei Traffic, le interminabili suite degli Yes, i Pink Floyd di "Atom Heart Mother", e interviste a gruppi che proprio grazie a quel magico tam tam divennero ben più di un culto dalle nostre parti, prima ancora che altrove: Genesis e Van Der Graaf Generator. E la storia andò felicemente avanti per qualche anno ancora, con "Popoff"prima e con "Radio2 21.29" poi.

David Bowie (da Quando, un anno e mezzo fa, Carlo mi accennò all'ipotesi di questo libro (nel primo e quasi fortuito di una lunga serie di appostamenti di cui vi renderò conto altrove), lo fece molto en passant, come stesse parlando di un'eventualità remota, o di un pretesto qualunque per pubblicare la sterminata serie direportage frutto di una pluridecennale attività (anche) di fotoreporter. Niente di tutto questo, o meglio, questo e tanto altro ancora. Ai molti non attempati che leggeranno queste righe servirà sapere che Massarini, oltre che conduttore radiotelevisivo di successo, è anche la penna giornalistica che dalle colonne di "Popster" e di "Rolling Stone" ci regalava migliaia di battute per ogni sua recensione. E tante recensioni in ogni numero, condite di aneddoti, notizie di prima mano, impressioni, filtri dell'anima per una musica rigorosamente senza voto in calce (ah, il voto: forse, rileggendo quei pezzi, ci si accorge di quanto possa rivelarsi ridondante). E che penna, poi. Tanto che mi stupisco di come non mi sia sembrato strano tutto quel low profile che avevo percepito: in realtà, molto bowianamente, il signor Fantasy di bianco vestito (così ce lo ricordiamo noi adolescenti degli anni 80, dagli schermi notturni di Raiuno) stava lavorando alla sua opera definitiva.
Quasi un diario di bordo, recita l'esterno della sovraccoperta. Già, ma ci sono molti modi per tenerlo: i nudi fatti esposti in modo asettico, magari propedeutici alla presentazione delle immagini - che pure parlerebbero da sole - oppure colorare il tutto con una prosa leggera, mai debordante, che gioca con l'ironia sul filo dei ricordi senza mai cedere il campo al nostalgismo fine a sé stesso. Esattamente quello che propone l'autore (come ho potuto dubitarne, accidenti?). 

Lou Reed (da Insomma, vi confesso, per qualche ora è stato come tornare sui banchi di scuola, giacché noi, allora per nulla avvezzi a ricever nozioni, "Popster" (poi "Rockstar") lo si teneva bello sbirciato proprio sotto al banco, e quel po' di italiano decente che ci troviamo a scrivere glielo dobbiamo in buona parte (e alla Gazzetta dello Sport di Gianni Brera, ma tant'è). E allora sfogliamolo questo diarione patinato, per scoprire magari come ha fatto un sedicenne italiano a infilarsi nel retropalco del concerto londinese dei Rolling Stones in Hyde Park, per immortalare il backstage del loro concerto più celebre, non foss'altro perché caduto a soli due giorni dalla morte di Brian Jones. Potere di una macchina fotografica appesa al collo, oppure la fortuna di un predestinato del mestiere? Probabilmente entrambe le cose. Ce ne sono anche per i curiosi che vorranno sapere come certi dischi tutti "sex and drugs & rock'n roll" riuscivano a farsi beffe della commissione d'ascolto Rai e ottenere l'anelato timbro di approvazione alla messa in onda: una scarsa dimestichezza con l'inglese dei funzionari e la stravagante pretesa che fossero gli stessi conduttori a tradurre i testi dei brani potenzialmente da escludere (!) furono i cavalli di troia che permisero aiLed Zeppelin e a tanto blues di finire nelle case di tanti ignari benpensanti. Gustose pillole di una società che non c'è più (o forse un po' sì?). E poi ancora, con un racconto che da solo vale il prezzo del libro, di come i Genesis, da perfetti sconosciuti in patria, diventano in breve un fenomeno italiano destinato a invadere il mondo, oppure di come fosse da perfetti temerari avventurarsi a un evento rock nell'Italia di metà anni 70, quella iperpoliticizzata degli autonomi e delle cariche della polizia. Chissà se il nostro, al posto della fedele reflex, avrebbe preferito una guardia del corpo. Lì per lì, forse, ma non certo oggi col senno di poi, riapprezzandone gli scatti. 

"Dear Mister Fantasy" è anche la storia di amicizie nate da una comune passione, benché vissuta da prospettive diverse. Quella con Antonello Venditti (imperdibile la foto a tutta pagina, in bianco e nero, che ritrae il cantautore sugli spalti di un Olimpico gremito), con lo stesso Finardi, ma anche con Peter Gabriel e con Jackson Browne che finì con l'ospitarlo nella sua mega villa californiana. E al sogno californiano viene dedicato un intero capitolo, la cronaca di un viaggio di un gruppo di amici senza altra meta che non fosse un concerto, sia esso dei Jefferson oppure dei Grateful, e in mezzo una miriade di icone che bazzicavano la West Coast al punto da riscriverne la storia: Neil Young,Joni Mitchell, gli EaglesDavid Crosby, tutti narrati con la penna (in)discreta del cronista innamorato che non impone verità ma che ci rende partecipi delle sue "oggettive" emozioni, senza rinunciare a raccontare i fatti. Poi fu la volta del punk, e della new wave, eclatanti spartiacque generazionali anche per il giornalismo musicale. Alcuni rimasero sommersi dall'onda, non ci capirono niente e buttarono melma, orfani com'erano di tecnica e virtuosismi assortiti, altri abbozzarono, pochi compresero. Massarini rispose presente. Con lo stesso entusiasmo, lo stesso distaccato (ossimorico) stupore, lo ritroviamo a maneggiare disinvolto le nuove tendenze, coglierne sfumature e messaggi, come se gli assoli di Hendrix avessero l'identica tinta delle cotonature di Boy George, e il ghigno di John Lydon la medesima suadenza dell'amata Joni Mitchell. E questa volta lo fa mettendoci la faccia, mica facile. 

John Foxx (da La stagione musicale più innovativa della televisione italiana - "Mister Fantasy" appunto - ha inizio il 12 maggio 1981, quando ormai il nostro aveva già raccontato su carta le gesta punk dei Ramones e dei Clash, le ibridazioni afro dei Talking Heads, la reggae'n'wave dei Police, le pose meccaniche degliUltravox era-Foxx, la new working class intellettuale di Joe Jackson e di Elvis Costello. Prevedibile dunque che si trovasse a suo agio nello studio lattescente partorito dal genio grafico di Mario Convertino, che ebbe su di noi lo stesso impatto emotivo della prima astronave di "Star Trek" lustri addietro. 
Concepito dalla fervida mente di Paolo Giaccio (guru radiofonico, produttore dell'ultima stagione di "Per Voi Giovani", nonché ideatore di "Popoff"), il programma è dei pochi che spostano in avanti le lancette della comunicazione musicale, e mica solo quella. Si cominciava alle 23, notte fonda per la Rai di allora, e quello studio bianco dove la tecnologia era di casa si colorava di cult. Laurie Anderson, la donna menestrello sintetica che viene dal futuro, i video acquatici dei Krisma di "Clandestine Anticipation", gli Yello e David Byrne, i corti new romanticdegli Ultravox viennesi, la factory in salsa tricolore di Franco Battiato con AliceGiuni Russo, Giusto Pio, Alberto Radius ("c'era sentimento, baby", non è vero Alberto?) e Sibilla (a proposito, qualcuno la ricorda?). Ma anche Steve Winwood e Jackson Browne, a sottolineare che coerenza risiede, come è giusto che sia, nella continuità dell'emozione. Dall'81 all'84, tre anni luce, come li chiama Carlo nel libro. Ma luce che illumina la mente, che fa cultura a trecentosessanta gradi, con ironia e leggerezza, in barba ai pedagoghi di professione, ai cattivi maestri vecchi e nuovi, per i quali la musica è misurata dalla spocchia con cui sputano le loro inappellabili sentenze. 
Che aspettate, dunque? 

"Dear Mister Fantasy" è un irrinunciabile collage di ricordi per quelli della prima ora, una scoperta per chi si è accomodato dinnanzi agli schermi a spettacolo già iniziato, quando cioè la tv rivelò Massarini al grande pubblico, e un indispensabile testimone oculare per quelli venuti dopo fra coloro che, volenti o nolenti, ogni santo giorno legano a doppio filo la propria esistenza alle vicende del rock, sino a farne una ragione di vita. E qui dentro ci siamo follemente tutti, nessuno escluso.